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                                                                          Benvenuti!   

   Il mio ultimo libro (Figure, Ombre, Suoni ed. Orizzonti Meridionali, 2009, Cosenza) sembrava il canto del cigno, dico davvero.
Pur avendo riscosso una inaspettata critica positiva, specialmente per una raccolta monocorde,  (vedi penultima pagina) da personaggi del calibro del prof. Bàrberi Squarotti, passando per i conterranei prof. O. Giannangeli, prof.ssa Anna Ventura e altri, ci fu il buio.
    Il silenzio di molti "amici" mi ha di fatto atterrito, inaridito e così, il... "chi me lo fa fare" divenne un pensiero pernicioso che  mi ha fiaccato pian piano fin quasi a far morire ogni interesse per la più bella delle arti. Tant'è che il mio sito www.vocenelvento.com non esiste più!

   Pienamente conscio di non essere nel secolo del poeta, chissà se mai ce ne sarà ancora uno, voglio comunque gridare:

 poeta nascitur e perseverare è diabolico!!!

   Il poeta è come un gay, dapprima si nasconde, poi si vergogna e prima o poi deve fare OUTING...
Fatto ciò, se permettete, tutto gli è concesso (o quasi...)
  
    La poesia è una cosa seria (talmente seria che a volte, anche i poeti, devono -dovrebbero- astenersi dal... "praticarla").
A tal proposito rimando alla nota dello Zibaldone (pagina in basso) di Leopardi, la cui sagacia e saggezza non ha prezzo, un po' lunghetta ma ne vale la pena!!!.
Leopardi... attuale come pochi contemporanei.

Una regola aurea (forse "la" regola...) per scrivere poesia ce la insegna il MAESTRO Lorenzo Calogero ( un articolo che può farvelo conoscere è in fondo):
Ciò che non concorre a rendere più chiaro l'unico pensiero del cui suono deve vibrare il suono e la metrica della poesia, deve essere giudicato inessenziale. ...

Una crisi lunghissima, dicevo, poi un po' di luce fino a giungere, lentamente, ad "ELEARIS" (qui il discorso si complica perchè devo tirare in ballo il mio amico Lucio Di Felice -egli stesso, a suo modo, è come una poesia perché appare come non è-) di cui parlerò in seguito. 
Per il momento sto lavorando ad un nuovo libro.
La foto? Spiega molte cose oppure è solo bella... come una poesia.

Perché dunque un nuovo sito?
Perché non sono morto, perché voglio scrivere ancora, perché se anche lo vedono in pochi, so che lo apprezzeranno, pertanto:
RINGRAZIO I POCHISSIMI AMICI CHE MI HANNO STIMOLATO AD ANDARE AVANTI, MANIFESTANDOMI AFFETTO E COMPRENSIONE.


 Il vero amico è colui che gioisce con te dei tuoi successi (Wilde). 

Il mito è il nulla che è tutto (Pessoa)



Giacomo Leopardi
Pensieri
  (xx)





Se avessi l'ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna dall'imitazione de' cavalieri erranti, così io l'Italia, anzi il mondo incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine dei costumi presenti, e forse anche in ogni altro modo, non è meno crudele né meno barbaro di qualunque avanzo della ferocia de' tempi medii castigato dal Cervantes. Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana. E non è scherzo ma verità il dire, che per lui le conoscenze sono sospette e le amicizie pericolose, e che non v'è ora né luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose senza fine o versi a migliaia, non più sotto scusa di volersene intendere il suo giudizio, scusa che già lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali recitazioni, ma solo ed espressamente per dar piacere all'autore udendo, oltre alle lodi necessarie alla fine. In buona coscienza io credo che in pochissime cose apparisca più, da un lato, la puerilità della natura umana, ed a quale estremo di cecità, anzi di stolidità, sia condotto l'uomo dall'amor proprio; da altro lato, quanto innanzi possa l'animo nostro fare illusione a se medesimo; di quello che ciò si dimostri in questo negozio del recitare gli scritti propri. Perché, essendo ciascuno consapevole a se stesso della molestia ineffabile che è a lui sempre l'udire le cose d'altri; vedendo sbigottire e divenire smorte le persone invitate ad ascoltare le cose sue, allegare ogni sorte d'impedimenti per iscusarsi, ed anche fuggire da esso e nascondersi a più potere, nondimeno con fronte metallica, con perseveranza meravigliosa, come un orso affamato, cerca ed insegue la sua preda per tutta la città, e sopraggiunta, la tira dove ha destinato. E durando la recitazione, accorgendosi, prima allo sbadigliare, poi al distendersi, allo scontorcersi, e a cento altri segni, delle angosce mortali che prova l'infelice uditore, non per questo si rimane né gli dà posa; anzi sempre più fiero e accanito, continua aringando e gridando per ore, anzi quasi per giorni e per notti intere, fino a diventarne roco, e finché, lungo tempo dopo tramortito l'uditore, non si sente rifinito di forze egli stesso, benché non sazio. Nel qual tempo, e nella quale carnificina che l'uomo fa del suo prossimo, certo è ch'egli prova un piacere quasi sovrumano e di paradiso: poiché veggiamo che le persone lasciano per questo tutti gli altri piaceri, dimenticano il sonno e il cibo, e spariscono loro dagli occhi la vita e il mondo. E questo piacere consiste in una ferma credenza che l'uomo ha, di destare ammirazione e di dar piacere a chi ode: altrimenti il medesimo gli tornerebbe recitare al deserto, che alle persone. Ora, come ho detto, quale sia il piacere di chi ode (pensatamente dico sempre ode, e non ascolta), lo sa per esperienza ciascuno, e colui che recita lo vede, e io so ancora, che molti eleggerebbero, prima che un piacere simile, qualche grave pena corporale. Fino gli scritti più belli e di maggior prezzo, recitandoli il proprio autore, diventano di qualità di uccidere annoiando: al qual proposito notava un filologo mio amico, che se è vero che Ottavia, udendo Virgilio leggere il sesto dell'Eneide, fosse presa da uno svenimento, è credibile che le accadesse ciò, non tanto per la memoria, come dicono, del figliuolo Marcello, quanto per la noia del sentir leggere.

Tale è l'uomo. E questo vizio ch'io dico, sì barbaro e sì ridicolo, e contrario al senso di creatura razionale, è veramente un morbo della specie umana: perché non v'è nazione così gentile, né condizione alcuna d'uomini, né secolo, a cui questa peste non sia comune. Italiani, Francesi, Inglesi, Tedeschi; uomini canuti, savissimi nelle altre cose, pieni d'ingegno e di valore; uomini espertissimi della vita sociale, compitissimi di modi, amanti di notare le sciocchezze e di motteggiarle; tutti diventano bambini crudeli nelle occasioni di recitare le cose loro. E come è questo vizio de' tempi nostri, così fu di quelli d'Orazio, al quale parve già insopportabile; e di quelli di Marziale, che dimandato da uno perché non gli leggesse i suoi versi, rispondeva: per non udire i tuoi: e così anche fu della migliore età della Grecia, quando, come si racconta, Diogene cinico, trovandosi in compagnia d'altri, tutti moribondi dalla noia, ad una di tali lezioni, e vedendo nelle mani dell'autore, alla fine del libro, comparire il chiaro della carta, disse: fate cuore, amici; veggo terra.

Ma oggi la cosa è venuta a tale, che gli uditori, anche forzati, a fatica possono bastare alle occorrenze degli autori. Onde alcuni miei conoscenti, uomini industriosi, considerato questo punto, e persuasi che il recitare i componimenti propri sia uno de' bisogni della natura umana, hanno pensato di provvedere a questo, e ad un tempo di volgerlo, come si volgono tutti i bisogni pubblici, ad utilità particolare. Al quale effetto in breve apriranno una scuola o accademia ovvero ateneo di ascoltazione; dove, a qualunque ora del giorno e della notte, essi, o persone stipendiate da loro, ascolteranno chi vorrà leggere a prezzi determinati: che saranno per la prosa, la prima ora, uno scudo, la seconda due, la terza quattro, la quarta otto, e così crescendo con progressione aritmetica. Per la poesia il doppio. Per ogni passo letto, volendo tornare a leggerlo, come accade, una lira il verso. Addormentandosi l'ascoltante, sarà rimessa al lettore la terza parte del prezzo debito. Per convulsioni, sincopi, ed altri accidenti leggeri o gravi, che avvenissero all'una parte o all'altra nel tempo delle letture, la scuola sarà fornita di essenze e di medicine, che si dispenseranno gratis. Così rendendosi materia di lucro una cosa finora infruttifera, che sono gli orecchi, sarà aperta una nuova strada all'industria, con aumento della ricchezza generale.










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 LORENZO CALOGERO, UN POETA DA RISCOPRIRE


Lorenzo Calogero nasce a Melicuccà (RC) il 25 maggio 1910. Consegue la laurea in medicina nel 1937. Nel ’42 tenta il suicidio. Nel ’54 gli viene affidato l’incarico di medico condotto a Campiglia D’Orcia (SI) che abbandona l’anno dopo. Nel ’56 viene ricoverato a Villa Nuccia (CZ), una clinica per malattie nervose. Qui, tenta ancora il suicidio. Un nuovo ricovero imposto agli inizi del ’58 si protrarrà fino alla metà del ’59. Tornato a Melicuccà, visse isolato alla periferia del paese dove fece un uso incontrollato di caffé, sigarette e sonniferi. Morì misteriosamente fra il 22 e il 25 marzo del 1961.

Questa è, in sintesi, la vita di una delle voci più alte e controverse della poesia del ‘900 italiano. Misconosciuto al grande pubblico e spesso ignorato anche dagli addetti ai lavori, Lorenzo Calogero è, con Dino Campana (anche lui internato, nell’ospedale di Castel Pulci), l’unico poeta orfico del secolo scorso.

Ma, anche se la posterità non ha trovato ancora un consenso unanime sull’opera calogeriana, ciò non esclude che vi siano stati rilevanti contributi critici come quelli di Montale, Luzi, Zampa, Spagnoletti, Piromalli, Lanuzza e, in special modo, l’attenzione di Leonardo Sinisgalli, al quale Calogero inviò una copia di MA QUESTO… pregandolo di recensirlo “anche se dovesse dirne tutto il male che si può immaginare.” Invece, è proprio Sinisgalli che intuisce per primo le qualità del poeta e si offre di firmarne la prefazione.

L’attenzione su Calogero viene anche dall’estero: Telegram di Zagabria, Times, Die Welt di Amburgo, dallo Stockolms Tidningem, da Jo Guglielmi su Action Poétique di Grenoble.

Sopra tutti questi apprezzamenti, si pone quello lapidario di Ungaretti:
“Lorenzo Calogero, con la sua poesia ci ha diminuiti tutti.”

Anche se quella virgola posta tra il nome e il resto della frase, sembra voler dire: sì, Lorenzo Calogero, quello lì, quel “giovane strano”, come lo definì Betocchi nel ’36, consigliandogli di non affrettare la stampa di POCO SUONO, titolo eponimo della bellissima poesia: Di tanto rovinoso mare/ poco suono giunge/ alle mie orecchie assorte/ in contemplazione dell’Eterno/che come un angelo passa.

Strano, per la verità, doveva apparire il poeta agli occhi dei suoi tanti interlocutori. Strano per il suo aspetto dimesso, per la sua condizione mentale (che a molti altri ha arriso) e forse per il suo essere del Sud. Strano anche per la sua assoluta dedizione alla poesia alla quale sottomise, omologandola, la sua stessa professione di medico (dirà infatti: sono vissuto nella mia professione come se scrivessi versi). Strano: un aggettivo dall’interpretazione aperta ad ogni accezione possibile. Strano è, di fatto, colui che esce dall’ordinario, dalla consuetudine e che può, di conseguenza, nel bene e nel male, racchiudere in sé tutte le antitesi e le asimmetrie della fenomenologia umana.

Una esperienza poetica atipica, dunque, quella di Lorenzo Calogero, sia sotto l’aspetto dell’uomo che sotto quello del poeta; un’esperienza che, in ogni caso, non perde mai la sua forza, né la sua capacità di scavo nella parola, ma che, nel suo integrale orfismo (inteso come anelito di liberazione, rifugio dello spirito migliore e luogo di conforto nel presente) si offre come una totalità scrittoria da riscoprire continuamente, nella quale l’espressività viene prima della verità. Un’esperienza poetica, in definitiva, che vive di sé medesima, nell’isolamento delle sue potenzialità semantiche, senza raccordi con l’esterno e con la storicità.

Molto indicativo, a tale riguardo, è quanto lo stesso Calogero ebbe a scrivere ad Alba de Cèspedes nel 1955, al tempo in cui era medico a Campiglia d’Orcia: “Se non ho preso mai in considerazione condizioni storiche come motivo di poesia è perché mi è sembrato che la storia (…) sia proprio la più grave nemica della poesia (…). Storia sono principalmente le condizioni della maggioranza e comunque di quelli che in un modo o nell’altro si sono imposti, scienza sarebbe la verità ancora da ricercare sia pure nel seno della storia qualora questa si consideri come un modo di agire anziché di essere…” Calogero (l’uomo e il poeta) motiva così il suo certo isolamento.

Pur prestabilito dall’annoso e nauseante clichè post mortem, ci fu all’epoca un caso Calogero, caso che, non soltanto è ancora irrisolto, ma venne immediatamente relegato un una sorta di “terra di nessuno”. Un’anomalia dell’esperienza poetica italiana del Novecento da dimenticare al più presto…

A tale riguardo vale la pena riportare quanto scrive Stefano Lanuzza: ”Dopo la promozione, all’inizio degli anni sessanta di un caso-Calogero che ha provocato qualche soprassalto nella sonnecchiante cultura italiana presso cui tutti i giochi erano stati fatti, si è assistito alla repentina reintegrazione dell’autore in un solco regionalistico o decentrato, valso esclusivamente a esorcizzare e immediatamente escludere come irrilevante una voce che, al contrario, a seguirne gli echi, non cessa di marcare la proprio presenza” 
(Lo sparviero sul pugno. 
Guida ai poeti italiani degli anni ottanta”
-Spirali Edizioni, Milano, 1987-)

L’ampolla della solitudine entro la quale Calogero fu in vita, venne sempre assecondata dall’allitterazione suono-sonno-sogno, che diventò poi un ossessivo modo di vivere.

Calogero controlla al meglio la sua angoscia, uno stato d’animo a lui favorevole che lo rende un intelligente e “freddo” calcolatore, un abile ragno nel gioco della sintassi, dove il rincorrersi incessante d’immagini e sensazioni danno corpo ad una lettura che si delinea come un fluido incorporeo capace di sorprendenti malie oniriche e dove la penetrante insistenza della sua arte compulsiva si completa nella continua rigenerazione del “materiale” a sua disposizione e che egli stesso si procura favorendo la paradossale insonnia, sostentandosi di caffé, sigarette e sonniferi.

Purtroppo, però, ad onta dei suoi quindicimila e più versi, della sua produzione poetica poco suono echeggia nei laboratori della critica e della stampa italiana.

Ed è per questo forse che, conscio dell’indifferenza verso la sua opera, Lorenzo Calogero scrisse ai margini di un foglietto: Non affannarti troppo per le cose della vita, un gran fiotto d’oscurità regnerà dopo di esse.

Il corpo del poeta senza vita venne ritrovato nella sua casa di Melicuccà il 25 Marzo del 1961 (ma, la morte potrebbe risalire anche a tre giorni prima).

Accanto alle sue spoglie c’era un biglietto sul quale il poeta aveva annotato: “vi prego di non essere sotterrato vivo”.


                                                                       Serafino Di Cesare

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CRITICA



INCERTI E VISIONI

(Ed. I quaderni dell'ortica, Forlì, 2008)

alcune critiche



...i “versi Dell'Ortica” sono alacremente mossi ed agili, muovono da una situazione di stagioni e luoghi e ne scattano fuori subito idee, paragoni, giudizi, riflessioni, pensieri preziosi.

(Prof. Giorgio Barberi Squarotti)


***


...compare una sorta di aria fantastica nel trattamento della realtà più trista e tradizionale.

...punta su pensieri fulminei.

...come nella pittura macchiaiola s'intravede il monte Mentino (monta che sovrasta Vittorito n.d.a.)

… a volte vuole approfittare della sua bravura e diventa ermetico. Non lo preferisco così.

Da pg. 17 si iniziano alcune poesie che sanno di quei testi moderni che spesso danno l'input alla musica.

...alcune chiuse sono di grande grazia.

(Prof. Ottaviano Giannangeli)


***


     ….la perfetta accettazione/adesione al tempo e al luogo che ospitano il vissuto del poeta, come se entrambi avessero con lui una serena familiarità. Lo ricaviamo dal fatto che non s’avvertono le consuete ostilità, il solito “io” inquieto tenacemente contro qualcosa o qualcuno, né intento a modificare l’altro da sé e nemmeno, lancia in resta, a sovvertire un stato di cose a vantaggio di egoistiche visioni esistenziali o di ambizioni passionarie nel denunciare le anomalie, le ambiguità, le malformazioni, le false ragioni che tanta parte della poesia, più o meno contemporanea, dispensa ad ogni verso per assurgere, pretenziosamente, a maestra di vita.

La poesia di Di Cesare rientra in un minimalismo che conserva qualche motivo di tenerezza, non la becera tenerezza (sia chiaro) del poeta della domenica spampanata sulle oleose ed oleografiche rime amore/cuore e fiori di lillà o sulle melense meraviglie del creato, bensì una poesia arginata dalla ragione che, in questi tempi di illusioni spezzate, è l’atteggiamento più sensato e composto che si possa desiderare.

….allorquando il verso di Di Cesare si stringe intorno alla “fisicità delle cose” raggiunge ragguardevoli picchi espressivi.

(Alfredo Fiorani)


***

FIGURE, OMBRE, SUONI
 (ed. Orizzonti Meridionali, Cosenza, 2009)

CRITICA



La sua poesia è intensamente visionaria ed enigmatica. Paesaggi, stagioni, tempi, anime sono raffigurati in modo straordinariamente originale.

(Prof. Giorgio Barberi Squarotti)


***


...un libro così originale, con un linguaggio così nuovo dove, sulle orme stagionali, (l'autore) sembra fare un discorso molto interiore, spirituale, della vita, cogliendo specialmente quella del popolo.

Un libro minutissimo, semplice, esemplare...

(Prof. Ottaviano Giannangeli)


***


La lettura del suo bel libro mi ha rasserenata: c'è una fermezza di linguaggio, una così estatta misura, che pare di ascoltare la voce del silenzio: è il silenzio -da lei spesso evocato- delle nostre contrade, delle nostre campagne.

Bellissimi questi versi (pg 20)...

Il libro mi piace molto.

(Prof.ssa Anna Ventura)


***


Monologhi, pensieri dialoganti, fughe a “due voci”, avrebbe detto il “mio” Saba, sospiri dell'anima e, qua e là, qualche bel verso luminoso che esplode sulla pagina come la folgore.

Così, quando viene, ci sorprende sempre e ci lascia a bocca aperta la verità della poesia.

(Prof. Roberto Pagan)


***


     Il suo libro testimonia una amore viscerale per ul luogo sospeso tra realtà e sogno, dialogo con un mondo di cose e persone, molte delle quali sono voci nel vento.

Il poeta, ancora una volta, è testimone e garante di una identità ben solida, ricettacolo di queste voci che attraverso di lui parlano e ancora vivono.

Si evince un grande attaccamento alla terra e ad un borgo pieno di voci dialoganti; ed è il linguaggio vivo, crudo che solo sa esprimere tutto quel mondi di fatica, sofferenza, quotidiane rivelazioni.

Mi compiaccio con lei per la sua elegante capacità della trasfigurazione della realtà, per l'interesse musicale del verso.

 (Prof. Nevio Spadoni)


***


...questa silloge, dallo stile asciutto ed immediato e dalle immagini vive ed intense.

...si vedano di questo autore certe notazioni estremamente efficaci nella loro essenzialità.

Il paesaggio che descrive Di Cesare è senza tempo, fisso come un'atmosfera immobile, ma prorpio per questo è dotato di un particolare fascino che lega e conquista.

I testi di Di cesare tendono inoltre ad assumere un andamento poematico, sia per le dimensioni che per la continuità del discorso poetico in essi racchiuso, com'è ad esempio di Le anime morte...

E si veda anche il poemetto eponimo, tutto giocato sul motivo memoriale, Nella valle dell'anima, Tra le mura...

Ne scaturisce una pittura d'ambiente viva e vera, capace di molta suggestione per l'evidenza con la quale i singoli affreschi paesistici ci vengono incontro e ci parlano...

Essenzialità e nitore appaiono qui le doti maggiori di questo poeta: e sono note di non poco valore.

(Elio Andriuoli)






Pubblicazioni:

MOTI D'ANIMO (Ed. dell?università Popolare di Roma, 2000)

INCERTI e VISIONI (Ed. I QUADERNI DELL'ORTICA, 2008, FORLI')

FIGURE; OMBRE. SUONI (Ed. Orizzonti Meridionali, Cosenza, 2009)
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